Miracoli e goal setting: il Solution Focus all’opera
E’ risaputo che per poter affrontare qualsiasi cambiamento è necessario che l’obiettivo finale sia specificato nel modo migliore possibile.
Ci sono molte tecniche che ci aiutano in tal senso; come ad esempio l’acronimo “SMART” che ci ricorda gli elementi di base per definire un obiettivo ben formato (specificità, misurabilità, raggiungibilità, rilevanza e tempificazione, come descritto in questa pagina di wikipedia) oppure come alcune regole di base che ci supportano (definire gli obiettivi in modo positivo, usare un approccio “sensorialmente basato”, verificarne l’ecologicità ovvero il loro equilibrio rispetto al nostro sistema di valori e convinzioni).
Ma nonostante l’ampiezza della letteratura in materia, definire correttamente l’obiettivo di un processo di cambiamento sembra essere uno degli scogli più difficili da superare e questo sia per un singolo individuo che per un team o per una organizzazione. E ciò capita perché:
- la situazione “di arrivo” sembra essere molto complessa;
- c’è una oggettiva difficoltà a “rendere numerici” alcuni elementi qualitativi (pensate a come descrivere in termini qualitativi il miglioramento della relazione professionale con il proprio capo).
Come si può quindi anche in queste situazioni riuscire a delineare degli obiettivi che, seppur complessi, siano veramente rappresentativi della situazione in cui vorremmo trovarci alla fine di un faticoso ed impegnativo processo di cambiamento?
L’approccio Solution Focus risulta estremamente utile in questa situazione, perché ci fornisce uno strumento molto potente che è la “domanda del miracolo”o “miracle question“. Al di là dell’origine del nome, che approfondirò in un altro post, si tratta di un processo pragmatico, molto fluido ed altrettanto creativo per definire un obiettivo; i risultati che si ottengono sono particolarmente interessanti, visto che porta a lavorare unicamente su esempi positivi di comportamento.
Per procedere dobbiamo portare il cliente a fare la seguente riflessione, strutturata in questo modo: “Immagina che alla fine di questa sessione tu esci di qui e continui normalmente la tua vita, vai a casa e stasera vai a dormire. Durante la notte però accade un miracolo e la situazione che ti ha portato qui si è risolta completamente nel migliore dei modi possibili. Tutto però è avvenuto mentre dormivi e quindi al tuo risveglio non sei affatto consapevole che il miracolo sia avvenuto. Ma man mano che inizi la tua giornata ti accorgi che qualcosa deve essere cambiato e che qualcosa di veramente importante è avvenuto… Descrivimi cosa noti di diverso dal solito al tuo risveglio…“
A questo punto le domande successive non dovranno fare altro che aiutare la persona che sta rispondendo ad approfondire tutti gli aspetti che sta osservando nella “nuova” situazione, aiutandolo anche ad utilizzare punti di vista ulteriori, come quelli di altre persone coinvolte nella situazione.
Questo modo di identificare un obiettivo, rende tutto molto più semplice perché aiuta a concentrarsi direttamente su quegli aspetti che il cliente ritiene rilevanti nella situazione, tralasciando aspetti secondari e facendo emergere “esempi specifici di comportamento“. Sono proprio questi ultimi (e la ricchezza di dettagli che emergeranno) che costituiranno alla fine un quadro preciso che descriverà con precisione l’obiettivo finale.
Ed ora tocca a voi: identificate una situazione nella quale vorreste applicare questa metodologia ed iniziate a scrivere le risposte alla domanda che vi ho illustrato sopra. Cosa notate di diverso rispetto ad altri metodi di identificazione degli obiettivi?
Un viaggio di mille miglia inizia sempre con un piccolo passo…
Percorrere la strada verso la soluzione a piccoli passi conviene
Qualsiasi grande impresa è stata compiuta compiendo un passo dopo l’altro; ogni marcia, ogni maratona, ogni impresa sportiva ed umana in generale ha avuto uno sviluppo progressivo dove la costanza e la motivazione verso l’obiettivo sono state mantenute per un periodo di tempo abbastanza lungo per completare l’opera, tenendo sempre chiaro e definito davanti ai propri occhi il punto di arrivo. Questa “regola di vita” è una delle basi del metodo Solution Focus. Inutile cimentarsi su modifiche “strutturali” e drastiche di una situazione, la stanchezza, la demotivazione ed altre distrazioni potrebbero entrare in gioco e annullare la volontà.
Questa “regola di vita” è una delle basi del metodo di approccio alla soluzione. Inutile focalizzarsi su modifiche “strutturali” di una situazione, la stanchezza, la demotivazione ed altre distrazioni potrebbero entrare in gioco e annullare lo sforzo iniziale.
I piccoli passi vanno amplificati per generare un grande effetto
Inoltre compiere piccoli passi, ed essere consapevoli dei loro effetti sulla realtà circostante, da un lato costituisce una facilitazione del percorso verso un cambiamento, dall’altra aiuta a rendersi conto che quel risultato finale (nel solution focus definito “futuro perfetto”) all’apparenza così lontano ed irraggiungibile (tanto da definirlo “perfetto”, appunto) è in realtà meno difficile e più accessibile di quanto immaginavamo inizialmente.
Questo effetto, noto con il nome di “ripple effect” o in italiano reazione a catena, ci dà modo di accedere a nuove risorse sulla base delle piccole modifiche che compiamo su noi stessi, sulla situazione o sulla relazione, nello stato iniziale.
Ciò significa che se voglio ottenere un grande cambiamento, dovrò concentrarmi su quei passi che genereranno il maggior effetto nel minor tempo e con il minor sforzo.
Questo modo di affrontare il tema del cambiamento costituisce peraltro uno dei principali basics del metodo, come già chiarito in questo post.
Riassumiamo quindi i benefici:
- semplicità dell’esecuzione
- mantenimento della motivazione e del commitment
- basso impatto temporale
- benefici immediatamente visibili
- rapida modifica della situazione iniziale
- sensazione di “controllabilità”
- sensazione di minor difficoltà
E quindi, quale potrebbe essere il prossimo piccolo passo verso il tuo futuro perfetto?
Anche un viaggio di mille miglia inizia con un singolo piccolo passo…
Lao Tzu
Come usare l’approccio Solution Focus per imparare da se stessi: un esempio pratico!
Ieri si è tenuto il 2° meeting di SFiO Italian Chapter a Milano. L’evento ha registrato un incredibile “sold out” e all’apertura devo ammettere che l’emozione si è fatta sentire forte! Vedere tante persone, professionisti altamente competenti e preparati nelle rispettive aree, riuniti per discutere ed approfondire un tema sicuramente già noto come il feedback seppure sotto il “cappello” del Solution Focus, ci ha dato la misura di quanta curiosità esista verso questo approccio.
Ed è proprio attraverso la lente del Solution Focus che, insieme a Marco Matera e Chris Bekker, ci stiamo accingendo a “rivedere” il meeting di ieri, con l’obiettivo di individuare le linee guida che ci aiuteranno nel ripensare il prossimo meeting. Ovviamente la revisione avverrà utilizzando i tools tipici del SF e mi sono quindi chiesto se questo esercizio non potesse anche tornare utile a chi legge il mio blog; quindi eccolo qui!
L’obiettivo che ci poniamo utilizzando il modello che vi riporto è quindi quello di riesaminare quanto accaduto per poter comprendere cosa modificare per migliorare la formula ed i risultati.
Di seguito riporto in esempio della sequenza di domande che ci porremo per eseguire questa “retrospettiva”; dopo ogni domanda, o set di domande, trovate tra parentesi il rinvio alla specifica fase del processo tipico del SF di cui vi ho parlato nell’articolo sull’approccio in breve :
- cosa vogliamo ottenere da questo nostra conversazione rispetto al meeting di ieri? come ci accorgeremo che è stata una conversazione produttiva? (Platform)
- Quali sono le cose importanti che non possiamo trascurare nell’elaborare una strategia di miglioramento del nostro prossimo incontro? (Platform)
- cosa è andato meglio rispetto al primo meeting di novembre? cosa ha funzionato ieri prima, durante e dopo il meeting? (Counters)
- Se il prossimo meeting fosse perfetto, come sarebbe? cosa ci sarebbe di diverso? da cosa ci accorgeremmo che è diverso? cosa faremmo di diverso? (Futuro perfetto)
- Su una scala da 1 a 10, dove 10 è il nostro prossimo meeting perfetto, dove posizioniamo il meeting appena svolto? cosa ci dice che non siamo ad un valore più basso? (Scaling)
- quali qualità personali stanno emergendo durante questa nostra chiacchierata? (Affirm)
- quali sono quei prossimi piccoli passi che possiamo intraprendere verso il nostro futuro perfetto e che ci aiuteranno a capire che abbiamo fatto un ulteriore progresso in quella direzione? come ci accorgeremmo che qualcosa è diverso? cosa faremmo di diverso? chi si accorgerà che li abbiamo compiuti? di cosa sia accorgerebbe? (Next steps)
Questa metodologia basata integralmente sui principi del SF, aiuta a finalizzare il dialogo ed a predisporre un piano di miglioramento basato sulle proprie osservazioni, senza impantanarsi in inutili discussioni ma riuscendo a focalizzarsi rapidamente su ciò che è utile nella specifica situazione.
L’essenziale è invisibile agli occhi”, ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.” E’ il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”
Antoine de Saint Exupèry
E a questo punto tocca a voi: in quale situazione potreste utilizzare questo schema? Provatelo e poi postate qui sotto i vostri pensieri. Cosa avete imparato? Cosa cambia usando questo schema?
Il 2° meeting di SFIO: sold out!
Una meravigliosa esperienza! Questo il pensiero alla fine del meeting che si è tenuto ieri a Milano e che ha avuto come tema il Feedback sotto l’approccio del Solution Focus.
Incredibile vedere come un tema tanto discusso in molteplici modi sia ancora in grado di riscuotere tanto successo se inserito in una cornice nuova, che è quella dell’approccio alla soluzione.
Segno tangibile che si è tuttora alla ricerca di qualcosa che sia in grado di incrementarne l’efficacia, soprattutto nelle situazioni maggiormente complesse.
Circa 25 professionisti intervenuti sia dal mondo della consulenza e del coaching che dal mondo aziendale, tutti accomunati dalla curiosità su come l’approccio Solution Focus può essere di aiuto nelle diverse fasi del feedback, hanno preso parte all’incontro, condividendo esperienze, approfondimenti e sensazioni rispetto al tema della giornata.
Un enorme ringraziamento a tutti i presenti e ora, testa alla prossima edizione!
Trovare la soluzione… senza analizzare il problema?
Nella sola giornata di ieri mi sono trovato per ben due volte a rispondere alla domanda: “Ma come faccio a trovare la soluzione ad un problema se non lo analizzo a fondo?”.
E riporto esattamente ciò che ho detto ieri in entrambe le occasioni: a meno che non ci si trovi dinanzi ad un problema basato sulla logica, approfondirne la conoscenza di tutti gli aspetti non velocizza il processo di ricerca della soluzione.
Certo, se mi trovo di fronte ad un processo produttivo che genera errori nel risultato finale, l’analisi delle cause sarà la prima cosa da fare. Se il mio frigorifero non raffredda il cibo che contiene, dovrò analizzare dapprima tutte le possibili cause per riuscire infine a trovare la soluzione.
Ma se il mio team è demotivato, se due colleghi sono in conflitto, se non riesco ad esprimere al mio capo la mia frustrazione, se gli operai dello stabilimento non ne vogliono proprio sapere di mettere su i dispositivi di protezione obbligatori, in queste situazioni capire a fondo le cause potrebbe non portarmi affatto verso la soluzione o quanto meno potrebbe rallentarmi di parecchio.
La solidità del nesso di causalità è un elemento fondamentale quando ci trova a dover risolvere situazioni che non riguardano le persone sia nei loro aspetti personali che relazionali. Il rischio è che, vista l’abitudine ad utilizzare questo sistema, ci venga più facile utilizzarlo anche quando non è efficace. E questo è uno dei principi dell’approccio Solution Focus: fare sempre e solo ciò che serve, senza perdere troppo tempo.
Vale invece molto di più capire cosa sta andando bene nel mio team nonostante la demotivazione, o in quali situazioni nel passato sono riuscito ad andare d’accordo con quel collega con il quale sono ora in conflitto, oppure in quali situazioni succede che gli operai dello stabilimento mettano su i propri dispositivi di protezione…
Ecco, l’essenza dell’approccio è esattamente questa: capire bene cosa succede quando il problema è “assente o meno presente” ed amplificare quei momenti… E’ chiaro che con queste premesse l’analisi delle cause praticamente non ha senso.
Vale infine la pena ricordare una frase di Insoo Kim Berg, fondatrice insieme a Steve de Shazer, dell’approccio:
“Just because I am solution focused does not mean that I am problem phobic.”
Insoo Kim Berg
Ciao, cosa sta andando bene?
“Ciao, cosa sta andando bene?” Avete mai provato ad iniziare qualsiasi incontro, discorso, meeting o coaching così? Se non lo avete mai fatto dovete provarlo: l’effetto è incredibile!
E’ una delle domande più semplici ed allo stesso tempo affascinanti utilizzate nel Solution Focus ed è anche una delle più “difficili” a cui dare una risposta. Non poche volte la persona a cui l’ho fatta mi ha guardato un pò stranita prima di iniziare ad articolare la propria risposta, ma quello è il segno che le cose stanno funzionando, mi dicono gli esperti…
Ma perché questa domanda è così importante nel metodo orientato alla soluzione? Eccovi una lista di motivi per i quali è bene usare spesso con questa domanda:
- predispone ad orientarsi positivamente;
- “alleggerisce” il clima del dialogo;
- porta l’attenzione su ciò che di buono sta accadendo nella situazione attuale;
- posta alla fine di una conversazione aiuta a notare i progressi fatti sino a quel punto;
- aiuta ad amplificare i piccoli inevitabili successi che vengono dati per scontati nella vita quotidiana e nella routine lavorativa;
- infine, ma non meno importante, aiuta a sorridere…
Insomma: porre questa domanda “accende la luce” sugli aspetti positivi di una certa situazione, nella certezza che saranno anche quegli aspetti positivi ad aiutare a trovare una soluzione, magari solo intravedendo cosa di buono abbiamo sinora realizzato. E come riuscire a raggiungere grandi traguardi se non si riesce a vedere con chiarezza i piccoli già compiuti e ad esserne contenti?
Non ci credete? Rispondete allora: cosa sta andando bene per voi ora?
Le grandi cose sono fatte di tanti piccoli passi…
Vincent Van Gogh
Foto di Patrick Neufelder da Pixabay
“C’è un tesoro in ogni dove…”
Quando l’altro giorno ho letto questa striscia, mi sono venuti in mente alcuni aspetti del SF che ne catturano l’essenza.
Quando fronteggiamo una situazione difficile, nel lavoro oppure nella vita professionale, siamo talmente concentrati ed immersi “nel problema” che può accadere che ci sfuggano alcuni elementi che potrebbero esserci utili: i tesori, appunto. Riuscire a riportare l’attenzione su questi tesori significa fare dei significativi passi avanti verso la soluzione che stiamo cercando.
Quando si utilizza l’approccio alla soluzione, ci si rende subito conto che i tesori sono talmente diffusi intorno a noi, che è possibile trovarne nel passato, nel presente e nel futuro.
I tesori del passato possono assumere diverse forme: si tratta di persone, risorse ed abilità già in nostro possesso, che ci sono state utili in situazioni passate e che in qualche modo potrebbero aiutarci oggi. Talvolta però può anche trattarsi di “piccole vittorie” che abbiamo riportato e sulle quali non abbiamo ancora riflettuto abbastanza. Quando nel passato hai affrontato una situazione simile a quella attuale, come sei riuscito a gestirla? Chi ti ha aiutato? Quali comportamenti hai adottato che hanno funzionato?
Ma i tesori sono anche “sepolti” nel presente. Nell’affrontare una situazione difficile, ci sfugge che già nell’immediato esistono dei tesori che potrebbero esserci utili. Cosa ci sta aiutando nella situazione attuale? Cosa sta già andando bene? Cosa sta funzionando? Cosa ci dice su di noi ciò che sta avvenendo?
Ed infine, l’approccio orientato alla soluzione è in grado di aiutarci a scorgere anche tesori nel futuro, mediante una chiara e precisa definizione del futuro verso il quale vogliamo andare. Cosa sarà diverso una volta che avrai raggiunto il tuo obiettivo? Cosa farai di differente? Cosa noteranno di diverso gli altri rispetto ad ora? Chi noterà queste differenze? Cosa noterai di diverso una volta compiuto un passo verso il tuo obiettivo?
Ecco i tesori nascosti che l’approccio alla soluzione ci aiuta a scoprire. Naturalmente però per poterli scorgere è necessario saper riguardare le situazioni che abbiamo affrontato, quelle che stiamo affrontando e quelle che stiamo costruendo, con un occhio completamente differente, uno sguardo inesperto, pronto a meravigliarsi di ciò che in fondo sappiamo già, non giudicante e aperto a nuove ed interessanti possibilità.
Senza di esso, i tesori tornano ad essere elementi insignificanti, ovvii e scontati e, per questo, inutili.
D’altra parte, un esploratore deve sapere dove e come scavare ma deve anche saper capire il valore di ciò che sta ritrovando…
Non si vede bene che col cuore; l’essenziale è invisibile agli occhi, ripetè il piccolo principe… (Antoine de Saint Exupèry, “Il piccolo principe”)
Le origini del Solution Focus
L’approccio orientato alla soluzione (Solution Focused Approach) è un approccio psicoterapeutico sviluppato da Steve de Shazer e sua moglie, Insoo Kim Berg verso la fine degli anni ’70, con i loro colleghi del Brief Family Therapy Center di Milwaukee.
Fu un approccio molto diverso da ciò che normalmente avveniva in psicoterapia: lo psicoterapeuta difatti cercava di identificare cosa una persona stesse già facendo ma che “non funzionava” ed infine cercava di convincerlo a fare qualcos’altro.
Steve de Shazer, Insoo Kim Berg ed i loro colleghi invece si focalizzarono su un principio nello stesso momento semplice ma rivoluzionario: far fare al paziente ciò che già egli stesso faceva quando il suo problema manifestava delle eccezioni.

Essi avevano difatti scoperto che il paziente, con le giuste domande, era sempre in grado di identificare dei momenti” in cui il suo problema mostrava delle “eccezioni” (semplicemente non c’era oppure era meno presente); concentrarsi su cosa il paziente stava facendo durante queste eccezioni e come stava gestendo la situazione in quei momenti fu l’intuizione del gruppo del BFTC.
Accanto a questo primo grande pilastro costituito dalle eccezioni, si affiancò nel tempo la “visione futura”, ovvero l’identificazione del “futuro perfetto” che il cliente era in grado di descrivere e questo per due buoni motivi: identificare con certezza un punto di arrivo e di conclusione dell’intervento terapeutico ed avere la possibilità di “misurare” i progressi che il cliente stava compiendo nel suo viaggio verso il proprio obiettivo.
Questa seconda intuizione si è cristallizzata nel tempo sotto forma della cosiddetta “domanda del miracolo”, analizzata qui in questo blog.
Da questi elementi iniziali si aprono una serie di sviluppi della metodologia, che ha sconfinato dagli ambiti tipici del counseling e della terapia per approdare a tutte quelle attività di supporto agli altri nel cambiamento mediante la conversazione, tra le quali tipicamente il coaching (sia individuale che di gruppo) ed i cambiamenti organizzativi.
Naturalmente questa breve pagina non ha la pretesa di essere esaustiva ma vuole semplicemente essere un punto di inizio della ricerca per chiunque volesse approfondire meglio il metodo.
Ulteriori approfondimenti possono essere trovati qui, qui e qui.
Sei sicuro di non essere già “Solution focused”?
“Cosa accadrebbe di diverso se…?, Come sarebbe la situazione se…?, Cosa vogliamo ottenere?, Cosa possiamo fare per…?, Di cosa disponiamo già…?, Come hai fatto a realizzare…?”
Sono alcune tra le domande che l’approccio alla soluzione utilizza, ma sono anche domande “comuni”, che ci ritroviamo ad applicare nella nostra vita quotidiana.
Non sempre ci riesce facile usarle, non sempre ci arrivano spontanee, soprattutto nel caso in cui ci troviamo in un momento di tensione, di pressione o di conflitto. In quel caso molto più facilmente viriamo su “Ma come hai potuto…?, Qual è il problema?, Di chi è la colpa? Cosa manca per poter…?” o altre domande simili.
E allora, qual è la discriminante che ci porta verso le domande “orientate alla soluzione” o verso le altre? Cosa c’è di diverso nelle situazioni in cui usiamo questa differente tipologia di domande?
Provate a riflettere sui seguenti spunti:
- In quali occasioni usiamo le domande orientate alla soluzione?
- Con chi?
- Che caratteristiche hanno le persone con le quali ho utilizzato queste domande?
- Cosa notano di diverso i miei interlocutori?
- Cosa ottengo di diverso quando pongo queste domande?
Ed infine: su una scala da 1 a 10, dove 10 rappresenta un passo da gigante verso la soluzione di uno specifico problema e 1 è esattamente l’opposto, dove posizionereste le domande “orientate verso la soluzione” e dove le altre?
Condividete sotto l’articolo le vostre osservazioni!
Se domani ti svegliassi ed il tuo problema fosse sparito, come lo sapresti? Cosa ci sarebbe di diverso?
Immaginate una situazione che vi preoccupa tanto da volerla risolvere e ponetevi la domanda riportata nel titolo. Mentre articolate la risposta, scrivetevi (si, scrivete, è importante!) quello che emerge. Non fermatevi alla prima frase ma procedete almeno per 5 volte, chiedendovi dopo ogni frase “cosa altro?”; poi rileggete i vostri appunti e riflettete su ciò che è emerso. Chiedetevi: cosa c’è di diverso ora? cosa so in più rispetto a prima che mi ha sorpreso? in che modo vi ha aiutato questa domanda? quali aspetti avete scoperto?
Quella riportata è una delle più potenti domande dell’approccio Solution Focus ed è definita “domanda del miracolo” (poi in un altro post spiegherò perchè, una cosa per volta!). Punta con forza verso una descrizione estremamente definita, chiara, sensorialmente basata, diretta e senza giri di parole, di come dovrebbe essere la situazione “perfetta”, una volta risolto o eliminato il problema o il conflitto; il tutto senza grandi preoccupazioni su “come” il problema dovrebbe essere risolto. E’ anche liberatoria, se ci pensate!
Tutti sanno descrivere “i problemi” ma molti meno sono in grado di descrivere la realtà “quando il problema è non c’è o è risolto”. (E’ sempre interessante notare la faccia del destinatario della domanda quando la stessa viene posta: inizialmente assume una smorfia che significa “ma che razza di domande fai, è ovvio come dovrebbe essere la situazione, no?” poi, man mano che provano ad articolare una risposta effettiva, i tratti del viso cambiano e passano dal preoccupato al divertito al seriamente impegnato!)
Nel dialogo orientato alla soluzione è indispensabile far emergere con chiarezza quella che è la situazione “in assenza del problema” così da settare correttamente il vero punto di arrivo. Altre domande che, accanto alla prima, aiutano a riflettere su altri punti di vista rispetto al “momento di assenza del problema” potrebbero essere: chi altro si accorgerebbe che qualcosa è cambiato? di cosa si accorgerebbe? cosa noterebbe di diverso in te (o nella situazione…)?
Buona sperimentazione allora! E tornate a condividere sotto questo post i risultati che avete ottenuto, valutando i risultati in questo modo: su una scala da 1 a 10, dove 10 rappresenta la massima chiarezza della situazione futura “senza il problema” e 0 è esattamente il contrario, dove siete ora, dopo la domanda del miracolo? quale incremento avete ottenuto con le risposte che avete trovato?










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